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La storia

Il Casale di Sambuceto dal 1179 alla prima metà del 1700 è un beneficio della Mensa Vescovile di Bovino, la Terra Montis Acuti, luogo di insediamenti sanniti e romani fin dal IV-III secolo a. C. e teatro della seconda guerra punica, fa parte per molti secoli della Baronia di Flumeri e Vico ed è uno degli avamposti privilegiati del sistema di difesa e di controllo della Valle del Cervaro, lungo la quale si snoda la Strada Consolare 64, oggi Statale 90 delle Puglie.

Divenuto feudo di Maria Donata del Balzo Orsini, Montaguto intraprende un cammino tutto suo, nel quale si distinguono pastori e contadini: i primi si dedicano all’allevamento degli ovini e dei bovini nei fiorenti pascoli delle Pannizze, delle Sorgenti e della Montagna; i secondi si danno alla coltivazione dei cereali e degli alberi da frutta ad uso proprio nei terreni della bassa e media montagna.

L’adesione all’eresia valdese e protestante di alcune famiglie nel corso del 1500, è motivo di inquisizioni e di processi.

Decimato a causa della peste del 1656, il feudo di Montaguto nel 1700 è messo all’asta dal Sacro Regio Consiglio di Napoli ed acquistato dal principe Luigi Pinto Mendoza che incoraggia alcune famiglie dell’Arianese, del Beneventano e del Napoletano a ripopolarlo, concedendo loro superfici di terreno agricolo, in cambio di un fitto in natura, detto terraggio, pari, in alcuni casi ad un tomolo, in altri casi a mezzo tomolo di prodotto per ogni tomolo di terreno coltivato a fave, avena, orzo o grano.

A Luigi Pinto va il merito della ricostruzione del palazzo baronale, demolito in seguito al sisma del 1962, dell’ampliamento del paese, fino ad allora arroccato intorno alla chiesa e difeso da poderose mura, della realizzazione della strada carrozzabile di collegamento tra il paese e l’attuale Statale 90 attraverso il Serro di Luca, le Fontanelle, Piano dell’Edera, Zarrillo, dell’inizio della costruzione di un ampio e signorile casino, di cui restano ormai solo pochi ruderi, non portato a termine, in quanto Luigi Pinto, colpito dal grave lutto della morte di un figlio non ancora adolescente, prende la drastica decisione di lasciare per sempre Montaguto, cedendo il feudo al fratello Gregorio.

E’ con Gregorio Pinto che avviene l’unificazione territoriale  del tenimento montagutese con l’acquisizione dalla Mensa Vescovile di Bovino del Casale di Sambuceto, una vasta contrada che da sola costituiva un terzo dell’intera superficie.

Gregorio Pinto ricostruisce la chiesa che, fino ad allora intitolata a san Giovanni Battista e a Santa Caterina, dal 1735 acquista la nuova, attuale denominazione di Madonna del Carmine, la cui statua accoglie i fedeli dall’alto dell’altare.

Il luogo sacro, col tempo, si arricchisce di varie statue di santi donate da singoli fedeli o dalla collettività (San Crescenzo, San Rocco, San Vito, Madonna di Valleverde, San Giuseppe, San Michele, ecc.).

Nei primi dell’Ottocento massiccia è l’adesione dei Montagutesi alla Carboneria, così come decisa è la partecipazione ai moti del 1848, finalizzata, però, all’occupazione di terreni comunali e baronali da parte di privati cittadini che tornano di nuovo sulle barricate nel 1896 e, durante il regime fascista, nel 1923 e durante la seconda guerra mondiale, per contestare sia la politica di restrizione dei diritti fondamentali, sia le assillanti e ripetute requisizioni di cereali.

Poche ma meritevoli di attenzione le vestigia del passato: il mulino ad acqua quasi al centro del bosco comunale, la chiesa parrocchiale, un’iscrizione su pietra del 1704, il palazzo municipale del 1816, la Fontana Vecchia del 1532, la Fontana Nuova del 1870, la Fontana delle Sorgenti, la Fontana del Ponte del 1871 lungo la Provinciale 26, la Fontana Paolina.

In compenso c’è un esteso bosco di querce e cerri di 240 ettari, intersecato dalla Strada Provinciale e interamente e agevolmente percorribile in lungo e in largo, con un ricco e vario sottobosco e tanta biodiversità (falchi, tortore, corvi, cornacchie, merli, volpi, ricci, donnole, faine, tassi, cinghiali, gazze, ghiandaie, poiane; ginestre, ginepri, rosolacci, mirti, biancospini, pini, abeti, olmi).

Prodotti tipici: casoricotta (formaggio di capra), caciocavalli, scamorze, formaggio con latte di pecora e di mucca, ricotta, sopressate e salsiccia, pane e pizze di pane, pizza con il pomodoro e con le patate.

Produzione agricola caratteristica: grano, olio, vino di uve miste, fichi bianchi e neri, pere, mele.

Non c’è più alcuna forma di artigianato se non quella legata alla confezione di canestri e panieri di canne e salici, praticata solo da qualche anziano, e quella della confezione di merletti con l’uncinetto e delle maglie con i ferri. In molte case si fa ancora la pasta a mano (tagliatelle, cicatielli, orecchiette, paccunielli, che sono tagliatelle corte e larghe)

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